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13 novembre 2014

Muri, tecnica e ideologie. Due riflessioni su 'Post-Sinistra' di Marco Revelli

Giorni or sono su FB Enzo Puro mi ha taggato un testo di Marco Revelli, ‘Post-sinistra’. È uno scritto contenuto anche nel volume omonimo, edito da Laterza in collaborazione con Repubblica (iLibra). Per quanto Puro mi consideri un poveraccio fermo, al più, alle odi barbare di Carducci, io avevo già letto di Marco Revelli (che stimo) ‘La politica perduta’, ‘Sinistra Destra’, ‘Finale di partito’ e, recentemente ‘La lotta di classe esiste e l’hanno vinta i ricchi’, oltre a ‘Post sinistra’, appunto. Con l’occasione ho ripreso quest’ultimo e vi ho trovato talune annotazioni personali che ora provo a raccontarvi, spiegando anche che cosa non mi convince di quel libro. Non la considerazione generale (che, a dire il vero, Revelli ripete molto ossessivamente) sulla deterritorializzazione, lo sconfinamento, la modificazione – frammentazione - distruzione dello spazio globale, pubblico, politico. Quanto alcuni passaggi che io considero fondamentali per chi voglia acconciarsi a fare politica per trasformare lo stato di cose, non solo prendere atto (come vorrebbe Puro) di quello che le classi dominanti ci hanno lasciato in eredità (Revelli, peraltro, è uno studioso, a cui non chiediamo ‘che fare’, ma soltanto ‘che cosa’ c’è: l’onere delle scelte e delle decisioni tocca all’uomo politico non allo scienziato). E poi gli rimprovero un peccato di fondo, quale è per me l’idea che la‘potenza’ sovraumana della Tecnica possa decidere inequivocabilmente per tutti, che sia quest’ultima a deciderci. Per me si tratta di ideologia, lo dico subito. Alla tecnologia possiamo imputare tutto, ma non addebitargli lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Parlando molti anni fa con Walter Tocci, in una pausa tra un rilancio del tram e una ZTL J, lui mi disse che era affascinato dalle analisi compiute da taluni studiosi (si riferiva a quelle contenute sulla rivista Gomorra, la rivista di Meltemi diretta da Massimo Ilardi - non la serie televisiva che fa scuola di formazione presso taluni settori politici - ma-anche a un certo pensiero della crisi e del disincanto), ma aggiungeva che quel disincanto, quella Tecnica proposta come destino ineluttabile, quel senso estenuante  della crisi e del negativo, svuotassero la responsabilità dell’Esserci e del Soggetto (politico in special modo) e riducessero la passione per il pensiero tragico in mera impotenza pratica ad agire positivamente. Come trasformiamo il mondo se ci raccontano continuamente che la Tecnica è più forte e non ci lascia margini? Che essa decide per noi, che la crisi è insuperabile, che la parte ‘distruttiva’ occupa ogni spazio e che la nostra paralisi è destinale? Lo dico, questo, perché questa idea ‘tecnicistica’ spunta nel libro di Revelli, pur suggestivo e di buona lettura. Certo, se uno si limita a raschiare il lessico e a piallare la schiuma, questi passaggi non li coglie, e nemmeno coglie un senso più profondo del ragionamento di Revelli, alcune impuntature, alcuni difetti o squarci che aprano per tutti spiragli nuovi di comprensione.

L’analisi di Revelli, sul ruolo della Tecnica nella dilatazione e frammentazione dello spazio, non ammette repliche: “Lo spazio sociale, dunque, vive in un rapporto di simbiosi e di diretta dipendenza dalla tecnica, che ne detta estensione e intensità” (pag. 31 di “Post-politica”). Diretta dipendenza, scrive Revelli. Non c’è altro, alcun’altra causa. È solo la tecnica in rapporto alla conformazione dello spazio (che è poi il tema del libro) a determinare, “in via diretta, l’estensione e la densità dello ‘spazio sociale’ “ (p. 31). Quando si dice che tutto è ‘flusso’ (come spiega Castells), che il luogo è flusso, non ci si riferisce segnatamente ai ‘corpi’ (a parte un’oligarchia di cosmopoliti) ma ai ‘bit’, e dunque ancora alle tecnologie della comunicazione (Negroponte dice ‘atomi’, ma intende probabilmente le merci, non solo gli esseri viventi). Anzi, il “sistema dei media” è “l’equivalente del sovrano agli albori della spazialità” (p. 39). Se cercate “soggetti”, questi sono i “giganti delle telecomunicazioni”, le Telecom nazionali, sono loro i “veri ‘costruttori’ in senso fisico del nuovo spazio: coloro che decidono le allocazioni di tecnologia da cui dipende la velocità e la possibilità di connessione dei territori […] e per questa via decidono la forma del nascente e sempre mutante ‘spazio sociale’ “ (pag. 40). “Decidono la forma” scrive Revelli. Non decide il capitale finanziario, non decidono le grandi oligarchie, tantomeno i popoli. Decide la Tecnica. Ecco perché la domanda che mi faccio è la stessa formulata da Tocci allora: ma se la visione è quella di una Tecnica come dominus, noi che ci stiamo a fare qui? #popcorn verrebbe da dire se non si trattasse del destino di miliardi di persone. Se la tecnica decide, qual è il compito della politica (qualunque cosa si celi dietro questa parola)? Se la politica la fanno le imprese, a noi che resta? Dico a noi umani. Questa analisi è talmente estrema che appare, in realtà, del tutto inutile ai fini pratici. Meno male, allora, che i sociologi, i politologi, gli storici si limitano a suggerire il ‘che cosa’, ossia ci spiegano come stanno, a loro parere, i fatti. E meno male che alla politica, invece, tocca il ‘che fare’, ossia proporre indicazioni pratiche, soluzioni, strategie, sennò saremmo nei guai. Mo’ capisco perché Puro ammetta candidamente di non avere risposte a questa situazione. E come potrebbe? Ha scambiato l’analisi per la sintesi, la teoria per la prassi. Di certo le ha confuse malamente, superficialmente. Bastava leggere più nel profondo per evitare questo senso di impotenza e di frustrazione.

L’altro tema su cui Revelli si cimenta è quella della caduta dei confini, di uno spazio globale mutato geneticamente, elastico, rugoso, multiforme, lontano e prossimo allo stesso tempo, sociale più che fisico, virtualmente contiguo. A dire il vero, leggendolo, si scopre quanto lui sia distante dalla vulgata che circola attorno a questi temi, e che Puro riassume magnificamente nel suo post. Una vulgata che dice che è tutto aperto, tutto deterritorializzato, che lo spazio è solo estetico, comunicativo, che ci sono solo flussi e controflussi, una mobilità estrema di bit e atomi, e che destra e sinistra sono finite, e c’è un solo punto e un solo infinito. Che, si badi, è molto suggestivo, persino letterario, quanto sovrabbondante e fuori centro. Non lo dico io questo, lo dice Revelli stesso. La bellezza del libro (di ogni libro, a dire il vero) è quando questo pare contraddirsi, e invece sta aprendo parentesi luminose di comprensione ulteriore. In più di un passaggio di ‘Post-politica’, il ‘flusso’ dell’argomentazione inciampa e scopre rugosità e rigidità che, raschiando solo il lessico, non si colgono. Citando Castells, Revelli scrive che “i flussi assumono il proprio predominio sui luoghi, senza necessariamente cancellarli” (pag. 35). A pag. 45, a proposito di diseguaglianza, scrive che “il villaggio globale  […] è nato […] spaccato da diseguaglianze abissali” (dice ‘spaccato’ per indicare la mole delle diseguaglianze, così come io uso nei miei post ‘abisso’, ‘confine’, ‘muro’ a indicare un gap che tende persino a crescere, invalicabile, segregante, altro che liberi ‘flussi’). Cita quindi Bauman, e la sua distinzione tra ‘mobili’ e ‘vincolati’, tra ‘gestori dei flussi’ e ‘abitanti dei luoghi’ (i nuovi ‘servi della gleba’, inchiodati alla terra e alla pesantezza del luogo”, “socialmente divisi da distanze incomparabili” (pag. 47). Scopriamo che gli inchiodati sono una “moltitudine di immobili” e i mobili delle “oligarchie onnipotenti”, e ritroviamo qui i noti “1%” e “99%” di cui Occupy Wall Street per primo aveva parlato a ragione. Ed è vero che qui, tra questi tipi umani così differenti, si apre un abisso, un confine, e si spalanca la vera discriminante, quella sociale ed economica, non quella tecnica di cui nel libro invece si straparla. Tant’è che il capitolo 9 si titola: La fine dell’eguaglianza (politica) come ‘destino’. Destino. Ecco.

Certo, si potrebbe immaginare che Revelli immetta in questi flussi anche i migranti, gli umani, il loro dinamismo sociale, antropologico, etnico. Ma non è così. Gli oligarchi mobili sono i ricchi, i migranti semmai sono soltanto dei “mobili a velocità lenta” (pag. 47), che non hanno nulla a che spartire con la potenza delle merci (i veri ‘atomi’ di Negroponte), quelle sì dinamiche, quelle sì oggetto di flussi veloci e quasi invisibili ad occhio umano. “Mondi diversi, dice Revelli, fisicamente coabitanti nello stesso mondo […] ma socialmente divisi da distanze incomparabili”: distanze incomparabili, abissi sociali. Dice “mondi diversi e coabitanti”: dove sono, allora, i mondi frammentati, scomposti, multi versi? Qui la metafora spaziale sembra quasi novecentesca, altro che. E tornando sui ‘mobili’ e sugli ‘inchiodati’ baumaniani, Revelli approfondisce la questione. A proposito dei primi ne parla in termini di casta, dei secondi dice invece che “sono sempre più frammentati e differenziati tra loro, irriconoscibili gli uni agli altri, […] segmentati da muri fisici ed etnici, da spazi di segregazione e di interdizione, e incapsulati in una realtà che del sistema mondo ha per intero l’incertezza e la mutabilità, ma non la libertà”. Ecco. Noterete la sequela di immagini claustrofobiche, restrittive. Dice ‘muri’, dici ‘segregazione’. Contrappone a queste metafore l’idea di libertà. La libertà che è delle oligarchie mobili, ma non dei segregati. Eccoli i confini, i muri. Da non scambiare coi confini geografici (che pure dicono la loro ogni volta, quando alzano la voce le piccole patrie come la Catalogna, o lo spettro padano, per non dire dell’Ucraina e della Scozia). Muri e confini, piuttosto, da intendere come li intende Revelli, quali limiti, ostacoli alla libertà (personale, sociale), alla mobilità (che oggi si concede sempre più alle merci e meno agli ‘immobili’ umani) di cui i cosmopoliti oligarchici godono a iosa, ma il restante 99% no. Perché sono stipati in città (quartieri, borgate, hinterland) che sono ‘globali’ solo per taluni, ma risultano ‘murate’ per tutti gli altri.

Confini, spazi chiusi: a questi mi riferisco sovente nei miei post quando penso la politica, e immagino la possibilità di ridurne l’altezza, lo spessore, la portata. Abbattete tutti i muri, lo ha detto anche Papa Francesco e voleva dire che ne esistono ancora, pur se non coincidono con i dazi statali (ma talvolta sono dazi statali, come negli Stati totalitari: provate a uscire dalla Cina se siete degli ‘immobili’ baumamiani). Revelli, quindi, a margine di questa coppia mobili vs inchiodati, aggiunge pure (si badi) che “in mezzo” a essa, quale terzo fattore (dialettico?) c’è “la vita che continua a svolgersi dentro la vecchia spazialità statale-nazionale, che pur sopravvive ma in forma sempre più selettiva, con gradi di accesso e di efficacia e di accesso differenziati rispetto alle diverse fasce della popolazione” (pag. 49)! Insomma, gli uomini (pure gli 'inchiodati' al loro interno) continuano a essere divisi in classi, godono di una mobilità differenziata (anche sociale), accedono a beni e servizi in forma diseguale. La diseguaglianza non è solo di ‘opportunità’ (orientamento a futuro) ma è un FATTO (presente). Non solo. La mobilità, vecchia bandiera della sinistra, dice Revelli che oggi genera ‘diseguaglianza’, perché c’è chi è “dinamico” (ma nel senso del censo, della posizione sociale e delle opportunità connesse) e chi è sottoposto ancora (für ewig, direbbe Puro)  al nomos della terra. E forse, adombro, l’oligarchia è dinamica proprio perché la moltitudine è ferma, segregata. E la cesura che cresce tra i due mondi e minaccia la coesione sociale genera “un’inedita asimmetria” crescente tra “la natura extraterritoriale del potere e la permanenza dei vincoli territoriali in quella che è […] ‘vita nuda’ “, perché priva degli strumenti culturali (e sociali, dico io)per accedere al “mutamento di stato tra territorialità e globalità”. Insomma, le suggestioni teoriche dicono ‘flussi’, sconfinamenti, ecc. Ma la sostanza sugosamente pratica aggiunge, invece, la pesantezza e la gravità della vita nuda, quella che non si stacca da terra, quella diseguale, ‘confinata’, murata in qualche quartiere anonimo o in qualche borgata. Quella ancora affetta da spirito di gravità.

E allora. Solo una visione superficiale può far pensare alla comunicazione come unica forma possibile della politica. Solo una malintesa ‘liquidità’ o  una visione manichea può indurre a pensare che il campo mediale sia il solo campo politico e la politica debba adattarsi, in termini di fatto conservativi, a questa condizione estrema. Puro nel suo post scrive che la comunicazione è tutto (cita anche la ‘scienza del cervello’ e la linguistica cognitiva), che bisogna prendere atto della liquidità così come Carlo Marx ‘prese atto’ del capitalismo industriale. Ma Carlo Marx non ‘ prese atto’ in alcun modo, anzi si incazzò come una vipera dello sfruttamento a lui presente, e decise di avviare una critica aspra, scientifica, radicale di quello stato di cose. Partì da lì, certo, con una logica specifica dell’oggetto specifico. Ma non gliela mandò liscia. Vedi un po’. Puro scrive che non ha risposte da dare a questo mondo così diverso da quello novecentesco (che secondo me era tutto meno che piatto, ordinato e unilineare come si sostiene oggi, anzi). Certo, se affoga nella teorie che legge, questo è inevitabile. Se accredita la tecnica come fa Revelli, pure. La pratica nasce, deve nascere, per contestare aspramente l’esistente non per prenderne atto. Non si prende atto dell’ingiustizia, non si assume a destino l’ineguaglianza. Perché la politica, così, sarebbe già finita prima ancora di cominciare. Calarsi nello spazio, in questo spazio storico eventuale, presente, contingente assumendone in toto le forme e le logiche, è già conservarlo. Per esempio, puntare tutto su un leader alto, bello e biondo per vincere è una forma di adattamento all’esistente, non ne è una critica. Parlare la stessa lingua può andar bene, ma per dire cose diverse. Farsi spazi in un anfratto è giusto, ma poi da dentro devi scardinarlo. Ti devi porre il problema, non prendere atto. Renzi è uno che si è calato nell’esistente. È la continuazione del berlusconismo con altri mezzi. Voi vedete potenzialità sovversive in questo? Non credo, non mi pare. A parità di logica, la prassi è all’incirca la stessa. Marx non ‘prese atto’ affatto, perché disse: sino a oggi si è interpretato il mondo (si è fatta teoria), ora bisogna cambiarlo (servono una critica e una prassi trasformativa per cancellare lo sfruttamento). Prendere atto è fare ideologia. Dire che è colpa della tecnica è fare ideologia. Nascondere i “muri” è ideologia. Pensare spazi definendoli ‘impensabili’ è ideologia. Non guardare in fondo agli abissi è ideologia. La sinistra che non vuole trasformare nulla è ideologia. Che prende atto e si accomoda in uno scenario dato. Falsa coscienza per la quale servirebbe una nuova critica dell’ideologia, altro che esaltazione manichea, esagerata, ben oltre l’effettivo valore euristico, della ‘liquidità’.

Enzo Puro, peraltro, si tranquillizzi. Una politica molto aderente a questo scenario e che lui non riesce a individuare e lo ha lasciato senza pensieri e senza soluzioni politiche c’è già. È qui tra noi. È il PD. È il renzismo. Nessun’altro ha “preso atto” del concetto di liquidità più del partito renziano e di Renzi stesso. Nessuno canta l’inno della presa d’atto più del premier. Nessuno si è accomodato nell’ “eventuale” più di lui. L’idea che non vi sia più nulla di solido, che i muri non esistano, che i confini vadano cancellati, che alla lotta debba seguire l’osmosi, che al confine inteso come linea di lotta debbano seguire i ‘patti’ e le intese segrete, è la sua idea. Renzi è un ‘atomo’ che fluisce, è la tecnica in atto, è il Prometeo dell’elettrificazione. È un bit, più che un umano. Abbiamo lasciato a un Papa il compito di indicare la povertà , di mostrare le piaghe, di invocare il riscatto spirituale e sociale. La sinistra ha arretrato sul terreno suo proprio, quello del lavoro, dei muri da abbattere, della dignità personale e del riscatto sociale, per avventurarsi in un mondo non suo, il mondo in cui si legittima tutto purché si governi. Aveva ragione Tronti, il rinnovamento preso in astratto, alla ricerca del ‘nuovo’, fatto dai giovani contro i vecchi, nella totale discontinuità, è solo rinnovamento generazionale, e conduce a un inevitabile mutamento genetico. Il PD è un OGM soggetto a chissà quali, ulteriori trasformazioni rispetto a quelle già molto evidenti oggi. Si badi che questo, però, non è un destino, né una condanna. Anzi, ognuno ha il futuro che si merita, anche se io continuo a pensare che il presente sia più rivoluzionario dei sogni, soprattutto se questi diventano incubi politico-tecnologici.

 

P.S. Il post di Enzo Puro a cui faccio riferimento e che lui ha dedicato a me è a questo link:

http://enzopuro.wordpress.com/2014/11/11/i-luddisti-contemporanei/

Il bel libro di Marco Revelli (che invito a leggere) è invece il seguente:

Marco Revelli, Post-Sinistra. Cosa resta della politica in un mondo globalizzato, Laterza – la Repubblica, Bari Roma, 2014

 

 

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